sabato 28 marzo 2015

A Bologna la ventesima giornata nazionale antimafia

di Giulia Silvestri

«C'è anche una Chiesa che invita a guardare il cielo, senza distrarsi dalle responsabilità di questa terra». Così don Luigi Ciotti il 21 marzo 2015, alla Giornata nazionale antimafia, ricorda quello che è l'impegno che tutta la Chiesa dovrebbe mettere in pratica. Una Chiesa, compresa quella di Bologna, solo parzialmente presente a questo appuntamento: monsignor Giovanni Silvagni ha presenziato alla veglia del venerdì sera in ricordo delle vittime, ringraziando i familiari per la loro forza; tuttavia al corteo di sabato mattina, le voci ufficiali della Chiesa bolognese non sono intervenute.
La responsabilità, da estendere a tutti indistintamente, è quella di vivere secondo la propria coscienza e nella legalità, condannando la corruzione; l'unico modo per realizzare concretamente una società civile più giusta è quello di vivere come se ogni giorno fosse il 21 marzo, come ha affermato con forza Margherita Asta dal palco di Libera.
Quest'anno Libera compie vent'anni e ricordare le vittime a Bologna è stato pieno di significato: la nostra città ha sulle spalle e nella sua storia le ferite di molte stragi, da quella dell'Italicus nella notte tra il 3 e 4 agosto 1974 a san Benedetto Val di Sambro a quella del 2 agosto 1980 nella stazione del capoluogo emiliano, da quella di Ustica del 27 giugno del 1980 a quella del Rapido 904, che si compì il 23 dicembre 1984, senza dimenticare le persone uccise dalla Uno Bianca.
Stragi le cui vittime sono state ricordate insime a quelle delle mafie; vittime senza giustizia, reclamata ogni giono e anche dopo più di trent'anni, dai familiari. La lotta è la stessa per tutti loro: il ricordo degli amati e la ricerca dei colpevoli della loro morte. Ciò deve avvenire anche con l'apporto di chi sa, ma tace; qui si colloca l'appello di don Luigi a queste persone, con l'invito a guardare la propria coscienza.
Tra coloro che hanno letto in nomi erano presenti anche familiari delle 108 vittime del volo 4128 che si schiantò il 23 dicembre 1978 a Punta Raisi, i parenti di uomini e donne messicani, popolo ucciso dalla corruzione diffusa, e le donne di Srebrenica, per ribadire il diritto al nome dei propri morti ancora non riconosciuti.
Il corteo è partito da via Andrea Costa e attraversando le vie del centro per coinvolgere la cittadinanza, è arrivato in Piazza VIII agosto. Il 21 marzo di quest'anno c'erano circa duecentomila persone, tra le quali moltissimi giovani. Questo dà speranza, tuttavia il rischio di questa prima giornata di primavera è sempre lo stesso, ogni anno: vi è il pericolo che restino solo le parole, legittime e trascinanti, del presidente di Avviso Pubblico Roberto Montà, che ha reiterato la fondamentale importanza dell'approvazione delle legge anticorruzione, della riforma sul falso in bilancio e sulla prescrizione. Vi è l'insidia che il discorso del Presidente Sergio Mattarella, che ha chiesto una maturazione della coscienza civile troppo spesso assopita, resti tale.
Ecco che il richiamo alla politica di Margherita Asta diventa rilevante: «Non possiamo delegare la politica» - dice la figlia e sorella di tre vittime di mafia – «la politica però deve fare un passo avanti attuando delle leggi di contrasto alla mafia. [...] Le parole si devono trasfomare in leggi concrete contro le mafie e oggi più che mai contro la corruzione».
Proprio la corruzione è stato uno dei punti toccati nel pomeriggio dai diversi seminari organizzati in vari punti della città, compreso quello intitolato "Quale giustizia per il carcere": negli istituti penitenzari si trovano, infatti, circa il 2-3% di condannati per corruzione a fronte del 30% di tossicodipendenti e il 30% di stranieri irregolari. Questo dato è molto significativo, soprattutto perché aiuta a capire come è visto oggi il carcere: una sorta di discarica in cui vengono rinchiusi coloro che vengono considerati diversi, che possono essere i drogati o gli immigrati e reietti di ogni genere. Erano presenti l'ex presidente della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick, il parroco del quartiere Dozza don Giovanni Nicolini, il presidente dell'associazione Altro Diritto Emilio Santoro, Ornella Favero di Stretti Orizzonti e Paola Piazzi dell'associazione Il poggeschi per il carcere, nonché Claudia Clementi, la direttrice del carcere di Bologna. L'incontro si è concentrato sull'inumanità degli istituti pentenziari del nostro Paese, partendo dalla sentenza che l'8 gennaio 2013 ha condannato l'Italia per trattamenti inumani e degradanti, mettendo poi in discussione l'utilità sociale dell'ergastolo e del regime duro del 41 bis ai fini della rieducazione della pena. Si tratta evidentemente di due istituti che tolgono la dignità agli esseri umani che vi sono sottoposti, resta tuttavia difficile proporre oggi la loro abolizione, almeno finché i detenuti verranno additati come mostri lontani dal nostro mondo e fino a che non si riuscirà a lavorare sulla società cosiddetta civile che, anche a causa di una stampa malata, grida vendetta e non giustizia. È necessario anche in questo caso, come in quello dell'immigrazione, capire che stiamo parlando di esseri umani che nonostante la nostra riluttanza sono uguali a noi; in carcere non ci sono solo mostri, ma persone che hanno fatto degli errori. Se togliamo loro la dignità come possiamo pensare di essere migliori? Dobbiamo lavorare su noi stessi e, come auspicava Vittorio Arrigoni, restare umani.

martedì 27 gennaio 2015

Il giorno della memoria e la storia della mia famiglia

La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.”
Siamo noi la storia del mondo: ognuno di noi ha il fardello del passato sulle proprie spalle. Un fardello che rappresenta l’impegno che deve volgere al futuro.
Anche io rappresento la storia, quella della seconda guerra mondiale, dei partigiani, dei campi di concentramento, dello sbarco degli americani nel Sud Italia. La storia della mia famiglia.
La famiglia di mio nonno materno ha dato un enorme contributo di lotte e di vite. Non sempre è condivisibile il metodo usato dai partigiani per liberarci dall'oppressione dal cancro nazista, ma non si può negare che il loro apporto sia stato fondamentale.
Antonietta, Bruno, Dante, Lino e Loredano Panzarini. Enrico, Cesare e Gaetano Dall'Olio. 
Partigiani tra Anzola dell'Emilia e Bologna, nella 63esima brigata Bolero Garibaldi e la 7ima brigata GAP Gianni Garibaldi. 
Il primo che fu ucciso era Lino. Al confino dal 1931 al 1933 perché militante comunista (nonostante fu prosciolto dalle accuse), restò un sorvegliato speciale della questura di Bologna per molti anni. Fu ricoverato dopo le battaglie svoltesi a Porta Lame e alla Bolognina e venne fucilato dai fascisti il 13 dicembre 1944. 
Il giorno prima della sua morte, il 12 dicembre, il mio bisnonno Enrico e i suoi fratelli Cesare e Gaetano furono arrestati e portati nel carcere di San Giovanni in Monte. 
Qui si aprono altre due pagine di storia: Sabbiuno di Paderno e Mauthausen-Gusen.
L'Eccidio di Paderno è avvenuto in due date, il 14 e il 23 dicembre 1944. Dal carcere di Bologna sono stati "selezionati" diversi partigiani per andare a lavorare al fronte per fortificarlo. Questa è stata la motivazione ufficiale del loro trasferimento. In realtà essi sono stati portati a Sabbiuno del monte di Paderno e fucilati. Tra di loro, il 23 dicembre, c'era anche Gaetano. I loro corpi sono stati ritrovati solo nell'agosto del 1945. Lo testimonia anche il mio bisnonno, in un'intervista rilasciata a due giornalisti negli anni '80: 
«I chiamati venivano portati via. Un giorno chiamarono Gaetano, dissero che sarebbe andato a lavorare presso la Linea Gotica. Gaetano ci salutò sorridendo».
Il giorno dopo che Gaetano lasciò il carcere, il mio bisnonno Enrico e suo fratello Cesare furono trasferiti prima nel campo di concentramento di Bolzano, poi a Mauthausen-Guesen. Hanno visto l'inferno e nell'inferno Cesare c'è morto. È morto di fame nell'aprile del 1945. Enrico è quasi morto dopo la liberazione, avvenuta a maggio, perché non era più in grado di nutrirsi normalmente. Un pasto sbagliato e perdi la vita. Lui deve la vita a un uomo che gli ha fatto un clistere.
Il mio bisnonno è un spravvissuto e il giorno della memoria è anche per lui e per i suoi fratelli. È anche per i fratelli e la sorella di sua moglie, la mia bisnonna Maria: Lino, Bruno, Dante e Antonietta. Infine, è anche per il figlio di Maria, Loredano.
Il giorno della memoria ricorda le vittime dei campi di concentramento e di sterminio, ma non può essere ridotto a questo: deve essere un pretesto, uno stimolo a coltivare la memoria di tutti coloro che hanno attraversato quella guerra; a riscoprire la memoria sepolta nella propria famiglia e a farla propria, per farsi ferire e segnare da un passato che ancora oggi si ripete in altre parti del mondo, in altre famiglie.



P.s. Lo sbarco degli americani nel Sud Italia è un'altra storia, sempre della mia famiglia, ma riguarda mio nonno paterno. È la storia dello sbarco di Salerno e va raccontata il 9 di settembre.