di
Giulia Silvestri
«C'è
anche una Chiesa che invita a guardare il cielo, senza distrarsi
dalle responsabilità di questa terra». Così don Luigi Ciotti il 21
marzo 2015, alla Giornata nazionale antimafia, ricorda quello che è
l'impegno che tutta la Chiesa dovrebbe mettere in pratica. Una
Chiesa, compresa quella di Bologna, solo parzialmente presente a
questo appuntamento: monsignor Giovanni Silvagni ha presenziato alla
veglia del venerdì sera in ricordo delle vittime, ringraziando i
familiari per la loro forza; tuttavia al corteo di sabato mattina, le
voci ufficiali della Chiesa bolognese non sono intervenute.
La
responsabilità, da estendere a tutti indistintamente, è quella di
vivere secondo la propria coscienza e nella legalità, condannando la
corruzione; l'unico modo per realizzare concretamente una società
civile più giusta è quello di vivere come se ogni giorno fosse il
21 marzo, come ha affermato con forza Margherita Asta dal palco di
Libera.
Quest'anno
Libera compie vent'anni e ricordare le vittime a Bologna è stato
pieno di significato: la nostra città ha sulle spalle e nella sua
storia le ferite di molte stragi, da quella dell'Italicus nella notte
tra il 3 e 4 agosto 1974 a san Benedetto Val di Sambro a quella del 2
agosto 1980 nella stazione del capoluogo emiliano, da quella di
Ustica del 27 giugno del 1980 a quella del Rapido 904, che si compì
il 23 dicembre 1984, senza dimenticare le persone uccise dalla Uno
Bianca.
Stragi
le cui vittime sono state ricordate insime a quelle delle mafie;
vittime senza giustizia, reclamata ogni giono e anche dopo più di
trent'anni, dai familiari. La lotta è la stessa per tutti loro: il
ricordo degli amati e la ricerca dei colpevoli della loro morte. Ciò
deve avvenire anche con l'apporto di chi sa, ma tace; qui si colloca
l'appello di don Luigi a queste persone, con l'invito a guardare la
propria coscienza.
Tra
coloro che hanno letto in nomi erano presenti anche familiari delle
108 vittime del volo 4128 che si schiantò il 23 dicembre 1978 a
Punta Raisi, i parenti di uomini e donne messicani, popolo ucciso
dalla corruzione diffusa, e le donne di Srebrenica,
per ribadire il diritto al nome dei propri morti ancora non
riconosciuti.
Il
corteo è partito da via Andrea Costa e attraversando le vie del
centro per coinvolgere la cittadinanza, è arrivato in Piazza VIII
agosto. Il 21 marzo di quest'anno c'erano circa duecentomila persone,
tra le quali moltissimi giovani. Questo dà speranza, tuttavia il
rischio di questa prima giornata di primavera è sempre lo stesso,
ogni anno: vi è il pericolo che restino solo le parole, legittime e
trascinanti, del presidente di Avviso Pubblico Roberto Montà, che ha
reiterato la fondamentale importanza dell'approvazione delle legge
anticorruzione, della riforma sul falso in bilancio e sulla
prescrizione. Vi è l'insidia che il discorso del Presidente Sergio
Mattarella, che ha chiesto una maturazione della coscienza civile
troppo spesso assopita, resti tale.
Ecco
che il richiamo alla politica di Margherita Asta diventa rilevante:
«Non
possiamo delegare la politica» - dice la figlia e sorella di tre
vittime di mafia – «la politica però deve fare un passo avanti
attuando delle leggi di contrasto alla mafia. [...] Le parole si
devono trasfomare in leggi concrete contro le mafie e oggi più che
mai contro la corruzione».
Proprio
la corruzione è stato uno dei punti toccati nel pomeriggio dai
diversi seminari organizzati in vari punti della città, compreso
quello intitolato "Quale giustizia per il carcere": negli
istituti penitenzari si trovano, infatti, circa il 2-3% di condannati
per corruzione a fronte del 30% di tossicodipendenti e il 30% di
stranieri irregolari. Questo dato è molto significativo, soprattutto
perché aiuta a capire come è visto oggi il carcere: una sorta di
discarica in cui vengono rinchiusi coloro che vengono considerati
diversi, che possono essere i drogati o gli immigrati e reietti di
ogni genere. Erano presenti l'ex presidente della Corte
Costituzionale Giovanni Maria Flick, il parroco del quartiere Dozza
don Giovanni Nicolini, il presidente dell'associazione Altro Diritto
Emilio Santoro, Ornella Favero di Stretti Orizzonti e Paola Piazzi
dell'associazione Il poggeschi per il carcere, nonché Claudia
Clementi, la direttrice del carcere di Bologna. L'incontro si è
concentrato sull'inumanità degli istituti pentenziari del nostro
Paese, partendo dalla sentenza che l'8 gennaio 2013 ha condannato
l'Italia per trattamenti inumani e degradanti, mettendo poi in
discussione l'utilità sociale dell'ergastolo e del regime duro del
41 bis ai fini della rieducazione della pena. Si tratta evidentemente
di due istituti che tolgono la dignità agli esseri umani che vi sono
sottoposti, resta tuttavia difficile proporre oggi la loro
abolizione, almeno finché i detenuti verranno additati come mostri
lontani dal nostro mondo e fino a che non si riuscirà a lavorare
sulla società cosiddetta civile che, anche a causa di una stampa
malata, grida vendetta e non giustizia. È necessario anche in questo
caso, come in quello dell'immigrazione, capire che stiamo parlando di
esseri umani che nonostante la nostra riluttanza sono uguali a noi;
in carcere non ci sono solo mostri, ma persone che hanno fatto degli
errori. Se togliamo loro la dignità come possiamo pensare di essere
migliori? Dobbiamo lavorare su noi stessi e, come auspicava Vittorio
Arrigoni, restare umani.
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