martedì 27 gennaio 2015

Il giorno della memoria e la storia della mia famiglia

La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.”
Siamo noi la storia del mondo: ognuno di noi ha il fardello del passato sulle proprie spalle. Un fardello che rappresenta l’impegno che deve volgere al futuro.
Anche io rappresento la storia, quella della seconda guerra mondiale, dei partigiani, dei campi di concentramento, dello sbarco degli americani nel Sud Italia. La storia della mia famiglia.
La famiglia di mio nonno materno ha dato un enorme contributo di lotte e di vite. Non sempre è condivisibile il metodo usato dai partigiani per liberarci dall'oppressione dal cancro nazista, ma non si può negare che il loro apporto sia stato fondamentale.
Antonietta, Bruno, Dante, Lino e Loredano Panzarini. Enrico, Cesare e Gaetano Dall'Olio. 
Partigiani tra Anzola dell'Emilia e Bologna, nella 63esima brigata Bolero Garibaldi e la 7ima brigata GAP Gianni Garibaldi. 
Il primo che fu ucciso era Lino. Al confino dal 1931 al 1933 perché militante comunista (nonostante fu prosciolto dalle accuse), restò un sorvegliato speciale della questura di Bologna per molti anni. Fu ricoverato dopo le battaglie svoltesi a Porta Lame e alla Bolognina e venne fucilato dai fascisti il 13 dicembre 1944. 
Il giorno prima della sua morte, il 12 dicembre, il mio bisnonno Enrico e i suoi fratelli Cesare e Gaetano furono arrestati e portati nel carcere di San Giovanni in Monte. 
Qui si aprono altre due pagine di storia: Sabbiuno di Paderno e Mauthausen-Gusen.
L'Eccidio di Paderno è avvenuto in due date, il 14 e il 23 dicembre 1944. Dal carcere di Bologna sono stati "selezionati" diversi partigiani per andare a lavorare al fronte per fortificarlo. Questa è stata la motivazione ufficiale del loro trasferimento. In realtà essi sono stati portati a Sabbiuno del monte di Paderno e fucilati. Tra di loro, il 23 dicembre, c'era anche Gaetano. I loro corpi sono stati ritrovati solo nell'agosto del 1945. Lo testimonia anche il mio bisnonno, in un'intervista rilasciata a due giornalisti negli anni '80: 
«I chiamati venivano portati via. Un giorno chiamarono Gaetano, dissero che sarebbe andato a lavorare presso la Linea Gotica. Gaetano ci salutò sorridendo».
Il giorno dopo che Gaetano lasciò il carcere, il mio bisnonno Enrico e suo fratello Cesare furono trasferiti prima nel campo di concentramento di Bolzano, poi a Mauthausen-Guesen. Hanno visto l'inferno e nell'inferno Cesare c'è morto. È morto di fame nell'aprile del 1945. Enrico è quasi morto dopo la liberazione, avvenuta a maggio, perché non era più in grado di nutrirsi normalmente. Un pasto sbagliato e perdi la vita. Lui deve la vita a un uomo che gli ha fatto un clistere.
Il mio bisnonno è un spravvissuto e il giorno della memoria è anche per lui e per i suoi fratelli. È anche per i fratelli e la sorella di sua moglie, la mia bisnonna Maria: Lino, Bruno, Dante e Antonietta. Infine, è anche per il figlio di Maria, Loredano.
Il giorno della memoria ricorda le vittime dei campi di concentramento e di sterminio, ma non può essere ridotto a questo: deve essere un pretesto, uno stimolo a coltivare la memoria di tutti coloro che hanno attraversato quella guerra; a riscoprire la memoria sepolta nella propria famiglia e a farla propria, per farsi ferire e segnare da un passato che ancora oggi si ripete in altre parti del mondo, in altre famiglie.



P.s. Lo sbarco degli americani nel Sud Italia è un'altra storia, sempre della mia famiglia, ma riguarda mio nonno paterno. È la storia dello sbarco di Salerno e va raccontata il 9 di settembre.







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