giovedì 2 ottobre 2014

Il paese dei quaquaraquà: il problema della criminalità organizzata come leitmotiv

L'unica cosa che riesco a pensare degli abitanti di Brescello, in questi giorni, è che rappresentano l'incarnazione della visione dell'umanità che Sciascia affida ad Arena, ne Il giorno della civetta: uomini, mezzi uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà. 
Solo che qui gli unici uomini (e donne) sono i ragazzi di Cortocircuito.
Questo non tanto per aver negato, anche durante la video-intervista, che la mafia a Brescello non c'è. Purtroppo queste sono affermazioni che non mi stupiscono, al Nord ancora meno: qui c'è una radicata convinzione che le mafie siano ancora un problema del Sud, mentre ci si dovrebbe rendere conto che ormai non si può nemmeno più parlare di infiltrazioni mafiose in Emilia Romagna, ma di RADICAMENTO mafioso. In Emilia, come nel resto del Nord Italia.
Sono due le cose che mi hanno schifato: innanzitutto il compiacersi da parte degli abitanti di prendere il caffè con i membri della famiglia Grande Aracri, ma soprattutto la mobilitazione di tutto il paese quando il sindaco è stato, giustamente, attaccato da giornali, televisioni, da Libera, da membri di partiti politici. Difendere un personaggio pubblico che ha affermato ad una webtv che Brescello non ha problemi di criminalità, che non può entrare nel merito dei tre milioni di euro sequestrati alla cosca, che definisce quello della criminalità organizzata un leitmotiv, e che conversa tranquillamente con Francesco Grande Aracri come se fosse il suo educato e a modo vicino di casa, per me è ripugnante. La difesa di Marcello Coffrini da parte di un paese "offeso" dalla verità, mi fa vedere i suoi abitanti come gli ominicchi di Sciascia, "che fanno le stesse mosse dei grandi". 
Per non parlare del parroco, don Evandro Gherardi, che con quel suo "Brescello non è mafiosa, Brescello non è mafiosa, Brescello non è mafiosa", ha dimostrato quanto la Chiesa debba ancora fare; don Gherardi come i preti che hanno sempre difeso a spada tratta i mafiosi, sempre al servizio dei più forti e non dei più deboli. Un passo avanti del Papa e dei preti come don Maurizio Patriciello, un milione di passi indietro con don Gherardi e gli altri preti che continuano a inchinare quelle povere statue di Santi e Madonne davanti alle abitazioni dei boss.
Ribadisco di nuovo, come ho sempre fatto (non mi stancherò mai), che i preti non si possono permettere di prendere posizioni omertose, posizioni negatrici e ancor meno posizioni neutre nei confronti della criminalità organizzata.
"La mafia è una montagna di merda" come disse qualche tempo fa un grande uomo e qui non si può distinguere, come la Chiesa fa, tra peccato e peccatore, dove solo il peccato è da condannare. Qui si tratta di mafia e mafiosi, niente distinzioni, soprattutto quando parliamo di persone del calibro di Francesco Grande Aracri, che secondo gli inquirenti è reggente dell'omonimo clan. 
Quella di Brescello è una saga che non finisce, scatenata da giornalisti giovani e capaci che non so quanto avessero preventivato reazioni del genere.
La saga continua con il padre di Coffrini che ammette candidamente che Francesco Grande Aracri ha lavorato per lui; la cosa che più mi ha fatto rabbrividire però è che secondo lui "una stretta di mano non è una compromissione". Per me una stretta di mano non è solo una forma di cortesia, ma indica la volontà di conoscere una persona, oppure la stima che si prova verso un altro soggetto, a volte forse, solo la cortesia di presentarsi ad uno sconosciuto. Ma Grande Aracri non è uno sconosciuto e non riesco proprio a immaginare come la cortesia, la stima o la volontà di conoscere un mafioso, possano non essere compromettenti. 

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