mercoledì 12 novembre 2014

Salvini e il campo rom (che rom non è) di via Erbosa

La cosa peggiore di Salvini che si presenta nel campo Sinti (non Rom, ma Sinti italiani, che sia ben chiaro) di via Erbosa a Bologna e dei ragazzi dei centri sociali che gli spaccano il vetro della macchina, sono i commenti di tutti coloro che hanno letto la notizia o varie opinioni sulla stessa.
La grande lezione che ho tratto da questi giorni e da questa vicenda è, devo dirlo, non proprio una novità, ma ciò non toglie che sia aberrante. Persone con una dilagante ignoranza in merito all'argomento, che vogliono essere presi sul serio. Come si può prendere sul serio qualcuno che non sa di cosa sta parlando? Lo trovo assurdo, ecco perché non mi prendo nemmeno la briga di leggere approfonditamente determinati commenti, quando denoto immediatamente l'assenza di una, quanto meno minima, conoscenza in merito all'oggetto su cui scrivono l'opinione stessa.
Anche io sono un'ignorante, non lo nego, però evito di esprimere pareri approfonditi su ciò che conosco solo con superficialità. In questo modo mi viene voglia di conoscere, di scoprire qualcosa di nuovo, di informarmi su una determinata questione; così sarò libera di poter dire la mia in merito. Quello che invece è facilmente riscontrabile è questa grande voglia di ogni persona esistente e che legge una notizia, di dare la sua autorevole opinione da soggetto non esperto, perché tutti possano esserne partecipi.
Questo simpatico giochino si presta largamente a diventare virale quando due soggetti, che la pensano all'opposto su ogni argomento o situazione, trovano una cosa assai rara: un nemico comune.
Nemico comune=Rom. Nemico comune=Zingaro.
C'è un però: Zingaro≠Rom.I Rom sono zingari (termine usato da me in maniera non dispregiativa), ma gli zingari non sono solo Rom.
Ne so poco anche io su questo popolo, ma quanto meno sono in grado di capire che un campo nomadi non è abitato necessariamente da Rom. Se le persone volessero informarsi, scoprirebbero che sono cinque le grandi etnie (non sono sicura che questo sia il termine più corretto) che compongono il popolo romanì (o romanò, o zingaro): Rom, Sinti, Kalé, Manouches e Romanichals.
Quando mi sento dire che non fa differenza, che non importa se non sono Rom ma Sinti, perché tanto la sostanza non cambia, non posso fare a meno di arrabbiarmi. Cosa significa che la sostanza non cambia? Se tu (soggetto generico) vuoi esprimere una lecita opinione, non puoi giustificare la tua mancata conoscenza con un "tanto è uguale"; non lo è, perché dimostri di non conoscere nella realtà quella vicenda, di non averla vissuta sulla tua pelle o di non aver indagato a fondo. Sei partito da un pregiudizio, così grande che chi cerca di farti capire il tuo errore non capisce nulla e meriterebbe di subire un furto da parte degli zingari (come se fossero gli unici a rubare, tra l'altro).
Questa è l'ignoranza peggiore: quella di chi è convinto di stare dalla parte del giusto solo perché 99 persone su 100 di coloro che commentano la stessa notizia la pensano come lui; quelle che perseverano nell'esprimere un'opinione monca di conoscenza (che aimé è quella che si diffonde più facilmente); quelle che, ad una persona che ha un'opinione differente, magari corroborata dai fatti, rispondono augurandogli violenza. L'ignoranza genera odio ingiustificato, l'odio genera violenza, la violenza cresce e cresce fino ad arrivare al suo apice. L'apice è la morte: la morte del sapere, la morte della bellezza delle diversità, la morte augurata, la morte reale.
In questo caso poi, la morte è augurata attraverso l'utilizzo dei forni, chiaro e allarmante richiamo al genocidio perpetrato dai nazisti nei confronti di diverse popolazioni, tra le quali anche i Rom e i Sinti.
Augurare a un popolo il genocidio, pretendendo di essere presi sul serio, di non essere considerati razzisti (quelli da: "non sono razzista ma gli zingari no"), di essere considerate persone quando il popolo romanì non lo si riconosce tale, fa di questi soggetti uomini e donne senza dignità alcuna. Senza se e senza ma.


giovedì 2 ottobre 2014

Il paese dei quaquaraquà: il problema della criminalità organizzata come leitmotiv

L'unica cosa che riesco a pensare degli abitanti di Brescello, in questi giorni, è che rappresentano l'incarnazione della visione dell'umanità che Sciascia affida ad Arena, ne Il giorno della civetta: uomini, mezzi uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà. 
Solo che qui gli unici uomini (e donne) sono i ragazzi di Cortocircuito.
Questo non tanto per aver negato, anche durante la video-intervista, che la mafia a Brescello non c'è. Purtroppo queste sono affermazioni che non mi stupiscono, al Nord ancora meno: qui c'è una radicata convinzione che le mafie siano ancora un problema del Sud, mentre ci si dovrebbe rendere conto che ormai non si può nemmeno più parlare di infiltrazioni mafiose in Emilia Romagna, ma di RADICAMENTO mafioso. In Emilia, come nel resto del Nord Italia.
Sono due le cose che mi hanno schifato: innanzitutto il compiacersi da parte degli abitanti di prendere il caffè con i membri della famiglia Grande Aracri, ma soprattutto la mobilitazione di tutto il paese quando il sindaco è stato, giustamente, attaccato da giornali, televisioni, da Libera, da membri di partiti politici. Difendere un personaggio pubblico che ha affermato ad una webtv che Brescello non ha problemi di criminalità, che non può entrare nel merito dei tre milioni di euro sequestrati alla cosca, che definisce quello della criminalità organizzata un leitmotiv, e che conversa tranquillamente con Francesco Grande Aracri come se fosse il suo educato e a modo vicino di casa, per me è ripugnante. La difesa di Marcello Coffrini da parte di un paese "offeso" dalla verità, mi fa vedere i suoi abitanti come gli ominicchi di Sciascia, "che fanno le stesse mosse dei grandi". 
Per non parlare del parroco, don Evandro Gherardi, che con quel suo "Brescello non è mafiosa, Brescello non è mafiosa, Brescello non è mafiosa", ha dimostrato quanto la Chiesa debba ancora fare; don Gherardi come i preti che hanno sempre difeso a spada tratta i mafiosi, sempre al servizio dei più forti e non dei più deboli. Un passo avanti del Papa e dei preti come don Maurizio Patriciello, un milione di passi indietro con don Gherardi e gli altri preti che continuano a inchinare quelle povere statue di Santi e Madonne davanti alle abitazioni dei boss.
Ribadisco di nuovo, come ho sempre fatto (non mi stancherò mai), che i preti non si possono permettere di prendere posizioni omertose, posizioni negatrici e ancor meno posizioni neutre nei confronti della criminalità organizzata.
"La mafia è una montagna di merda" come disse qualche tempo fa un grande uomo e qui non si può distinguere, come la Chiesa fa, tra peccato e peccatore, dove solo il peccato è da condannare. Qui si tratta di mafia e mafiosi, niente distinzioni, soprattutto quando parliamo di persone del calibro di Francesco Grande Aracri, che secondo gli inquirenti è reggente dell'omonimo clan. 
Quella di Brescello è una saga che non finisce, scatenata da giornalisti giovani e capaci che non so quanto avessero preventivato reazioni del genere.
La saga continua con il padre di Coffrini che ammette candidamente che Francesco Grande Aracri ha lavorato per lui; la cosa che più mi ha fatto rabbrividire però è che secondo lui "una stretta di mano non è una compromissione". Per me una stretta di mano non è solo una forma di cortesia, ma indica la volontà di conoscere una persona, oppure la stima che si prova verso un altro soggetto, a volte forse, solo la cortesia di presentarsi ad uno sconosciuto. Ma Grande Aracri non è uno sconosciuto e non riesco proprio a immaginare come la cortesia, la stima o la volontà di conoscere un mafioso, possano non essere compromettenti. 

venerdì 26 settembre 2014

Lo stupro "non grave": la pronta giustificazione per i violentatori del futuro

Secondo la Corte di Cassazione, è possibile riconoscere le attenuanti in presenza di un atto sessuale completo NON consensuale e quindi perpetrato con «violenza o minaccia o mediante abuso di autorità» (articolo 609 bis cp). 
Ecco ciò che la Cassazione ha argomentato riguardo la circostanza attenuante in materia di violenza sessuale: essa «deve considerarsi applicabile in tutte quelle volte in cui - avuto riguardo ai mezzi, alle modalità esecutive ed alle circostanze dell’azione - sia possibile ritenere che la libertà sessuale della vittima sia stata compressa in maniera non grave». 
Senza entrare nel dettaglio dell'accoglimento del ricorso dello stupratore in questione, mi chiedo come sia possibile anche solo prendere in considerazione che una violenza sessuale completa possa essere "di minore gravità". 
Non mi importa dello stato di ubriachezza dell'uomo in questione. Uno stupro resta tale e va punito per quello che è: la sottomissione e la degradazione di una persona ridotta ad un oggetto, che non può e non deve avere una sua volontà, perché tanto non conta niente e non ha importanza; la violenza come risposta al rifiuto; la negazione di quel rifiuto perché i no non hanno valore e non possono esistere. 
Con questa sentenza la Cassazione ha aperto un varco enorme: da un lato gli stupratori si sentiranno molto più protetti e dall'altro lato le vittime saranno ancora più mortificate da quella parte di Stato che dovrebbe rendere loro giustizia. 
Siamo in presenza di una pronta giustificazione per i violentatori del presente e del futuro. Le donne, già restie a denunciare la violenza, e gli uomini, ancora più refrattari nel farlo, non si rivolgeranno più a qualcuno che difende strenuamente e ossessivamente più i carnefici che le vittime. 


venerdì 5 settembre 2014

"Putissimu puru ammazzarlu" quest'uomo che vive il Vangelo e fa paura

È passato qualche giorno dalla rivelazione delle intercettazioni in cui Riina minaccia don Ciotti, parlando con Alberto Lo Russo. Sono intercettazioni che risalgono a più di un anno fa, ma il cui contenuto è stato reso noto il 31 agosto.

Dopo le prese di posizione di Laura Boldrini, di Pietro Grasso, di tanti rappresentanti di Libera e di molti altri, solidali con il prete "diverso", quello che piace anche ai non credenti perché "non è come gli altri", l'unica cosa che sono riuscita a pensare è che la Chiesa dovrebbe prendere una posizione molto più decisa, non solo a parole ma anche a fatti. 

Non mancano di certo preti come 3P, padre Pino Puglisi, come don Peppe Diana, come don Aniello Manganiello o don Luigi Merola, come don Tonino Bello; ma finché non prenderanno una posizione tutti quanti, allora non saranno mai abbastanza. 

È di questo tipo di epidemia che c'è bisogno all'interno della Chiesa, a partire dai sacerdoti fino a contagiare l'intera comunità; e non a partire dai laici fino ad arrivare, forse, un giorno, al prelato. 

Le parole di don Luigi Ciotti dovrebbe fungere da monito per tutti quelli che hanno deciso di stare fermi immobili nel loro mondo, senza sporcarsi mai le mani. Questo "atto di fedeltà al Vangelo" che alcuni vivono sulla propria pelle giorno dopo giorno, lo vedo scivolare via come un getto d'acqua nella vita di altri "pastori di anime". Quali anime, mi chiedo, possono condurre all'amore del Vangelo, quando non lo vivono in prima persona?

La mafia sembra sempre un problema lontano da noi, soprattutto qui al Nord, mentre se facessimo attenzione al mondo che ci circonda, ci accorgeremmo che la mafiosità è uno dei comportamenti più diffusi, insieme all'indifferenza e all'individualismo, che, per quanto mi riguarda, ne sono due delle principali cause. 

Ecco perché le parole del Papa non bastano, sono solo un punto di partenza e non dobbiamo lasciare che restino tali, senza conseguenza alcuna.